Cultural Welfare Center: l’Arte come asse portante per l’empowerment delle comunità.

#policies #innovazione #sostenibilitàsociale

di Catterina Seia, Presidente CCW-Cultural Welfare Center

Buongiorno a tutti, grazie a Lubec per il costante invito, in ogni edizione, a dibattere su questi temi  per far avanzare la consapevolezza nel sistema, della rilevanza della relazione virtuosa tra Cultura e Salute.

Vorrei commentare alcuni punti emersi da questo interessante flusso di pensiero, nel pieno del terremoto sociale, nella tempesta perfetta nella quale siamo immersi. Grazie ai relatori che mi hanno preceduta, il prof. Enzo Grossi, la Prof. Annalisa Cicerchia, il Dott. Antonio Lampis che seguirà, tutti con diverse affiliazioni, ma come me membri fondatori del CCW-Cultural Welfare Center. Si tratta di una piattaforma, un centro di competenza che con dieci professionisti di diversi background, pionieri nei crossover culturali, abbiamo voluto creare unendo stabilmente le forze durante il primo lockdown. Epidemiologi, economisti della cultura, esperti nel terzo settore, consci della profondità e della complessità del trauma individuale e collettivo dirompente scatenato dalla pandemia che ha portato in emersione nodi esistenti, ampliato in modo brutale la faglia delle diseguaglianze, la povertà educativa. Consci, con molti altri che si stanno unendo in una knowledge community,  del ruolo della cultura per lo sviluppo sociale sostenibile e inclusivo, come unica strada possibile. Proprio la tempesta pandemica, con le limitazioni nell’interazione sociale che gravano in modo particolare sulle persone più fragili, moltiplicando isolamento, gravando sulla salute mentale e fisica, ha posto in evidenza il valore delle Arti, grandi risorse nell’empowerment delle persone e delle comunità. Innumerevoli sono state le risposte del settore culturale, in una spinta innovativa senza precedenti nel colmare la distanza verso i diversi pubblici, un settore che guarda al proprio impatto sociale e nel contempo deve fare i conti con la propria insufficiente sostenibilità, con la fragilità delle sue imprese e organizzazioni, con la crisi occupazionale del settore. Per questo CCW è nata, con la volontà di supportare l’evoluzione metodologica delle innumerevoli buone pratiche in politiche, la costruzione di competenze. E ha preso sede operativa in due luoghi simbolici di innovazione sociale che uniscono Nord e Sud. A Torino nel BAC-Barolo art for community e al Farm Cultural Park di Favara, in provincia di Agrigento, oggi il caso italiano più noto nel mondo di rigenerazione urbana a base culturale e non più per vicende di mafia.  Tra i primi atti di CCW, la definizione del lemma welfare culturale per il Dizionario Treccani, www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Welfare. 

Per condividere  cosa possiamo intendere con questo neologismo che abbiamo contribuito a coniare ormai due decenni fa ed oggi è glam, viene utilizzato con “disinvoltura” nel linguaggio comune e in molti documenti pubblici. Un lavoro che non intende definire un perimetro statico, ma è poroso, una call to action  per ragionare collettivamente su come sia possibile oggi tradurlo, declinarlo in pratica, come risorsa per un ridisegno imprescindibile delle organizzazioni, delle politiche.  A seguire, su autorizzazione dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità, abbiamo tradotto in italiano, lasciandolo in open source sulla nostra landing page, il rapporto citato dal prof. Grossi www.culturalwelfare.center/casistudio-ricercaoms2019. Si tratta della più grande review mai realizzata, la prima in tema effettuata dall’organizzazione, che con l’analisi di oltre 3000 casi acclara oltre ogni dubbio il contributo delle Arti alla promozione della Salute, di integrazione nei percorsi di cura, di supporto alla relazione di cura, alla qualità della vita. Dà raccomandazioni chiare ai policy makers: investire in ricerca, informazione, promozione della salute, in alta formazione, nelle medical humanities –ancora irrilevanti nei percorsi del nostro paese- che sono centrali per un visione della salute bio-psico-sociale.  Per guardare negli occhi le sfide della contemporaneità, come l’invecchiamento attivo, le disuguaglianze di salute che partono dall’educazione, da quella health literacy  che consente alle persone di prendere in mano i determinanti della propria salute, che sono in gran parte sociali. Lo vediamo aspramente in questa pandemia, nella dittatura del virus, che colpisce tutti, ma con un esito della patologia che non è affatto democratico, condizionato da queste diseguaglianze. Il professor Grossi oggi ha posto un dubbio legittimo. Che ne sarà delle preziose indicazioni della ricerca OMS? Pensiamo che possa essere una mile stone, ha legittimato la Cultura come risorsa di benessere senza piegarla al servizio di politiche sanitarie e sociali fragili, ma valorizzandola nelle sue dimensioni costitutive. Pensiamo possa guidare i decisori. La strada è tracciata. OMS ha creato quest’anno per la regione Europa un ufficio dedicato di un team di specialisti per far evolvere questo tema.  Questa visione è frutto di un lungo percorso, all’interno del programma dell’OMS “Salute in tutte le politiche”, varato nel 2016. L’obiettivo del programma era ridurre le diseguaglianze sanitarie con politiche integrate, l’obiettivo non è stato raggiunto, ma trasferito all’Agenda 2030 ONU che ha come pilastro la Salute.  Salute che non è compito esclusivo della Sanità, ma di tutte le politiche. I goal del terzo millennio non hanno esplicitato il ruolo della Cultura, ma oggi è chiaro come sia l’asse trasversale a tutti gli obiettivi, che passano attraverso un cambiamento radicale dei comportamenti, di ogni sistema.  La stessa  ASviS, che sta facendo un lavoro fondamentale nel nostro Paese, costruendo capacità di integrare visioni,  ha creato un tavolo Cultura, quella cultura trasformativa,  che significa eredità, partecipazione, comunità, come ci indica la Convenzione di Faro. Significa lavorare insieme per una Società della Cura. Nella stessa direzione vanno le politiche culturali comunitarie. L’Agenda Europea della Cultura 2030, uno dei documenti di policy più innovativi, presenta i crossover come uno dei pillars delle prossime decadi, indicando un quadro di interazioni sistematiche e sistemiche partendo da salute e coesione sociale. Grandi investitori sociali stanno scendendo in campo. Il mondo del privato sociale è cambiato e può mettere a disposizione di queste sfide capitale intellettuale, competenze, risorse finanziarie importanti per rafforzare le organizzazioni culturali, socio-sanitarie, educative affinchè generino un maggiore impatto. CCW sta curando una ricerca commissionata da Fondazione Compagnia di S. Paolo, nel quadro di un progetto strategico che l’Ente ha varato e volto a sviluppare e promuovere pratiche replicabili e misurabili su Cultura e Salute per il ridisegno di un nuovo welfare. La ricerca si pone l’obiettivo dell’emersione dei soggetti attivi nella macroregione Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria, di insediamento di CSP, considerato da osservatori qualificati come uno dei più vitali, ma mai indagati: quindi una ricerca per partire dell’esistente per rafforzare in termini metodologici le pratiche, facendole uscire dalla trappola del singolo progetto, dall’epifania della sperimentazione spesso legata a innovatori visionari, per fare un salto di scala. Un approccio analogo a quanto l’Ambasciata d’Olanda ha promosso in Italia, con BAM!Strategie culturali, ovvero un’analisi nazionale delle innumerevoli buone pratiche nazionali sulla cultura a favore dell’invecchiamento attivo. Un passo fondamentale per creare comunità di pratiche, progetti in rete che pur sapendo respirare a livello locale, siano in grado di connettersi a livello europeo, cogliendo le opportunità della prossima programmazione.

Come abbiamo restituito nel rapporto Symbola 2020 www.symbola.net/approfondimento/cultura-benessere-isc20, diversi progetti italiani sviluppati in risposta a nuovi bisogni su dimensione locale (come Nati per Leggere-partito venti anni fa in Piemonte, Musei Toscana per l’Alzheimer, DanceWell for Parkinson di Bassano) si sono sviluppati, si stanno sviluppando a livello nazionale e attraverso la partecipazione e l’assegnazione di bandi europei sono in ampie reti, diventati modelli generativi. Manca ancora un quadro politico nazionale,  anche se abbiamo territori come Bolzano, che come ci dirà Lampis ha mostrato una via già dal 1996, incorporando la partecipazione culturale attiva nelle politiche sociali territoriali. Territori come Bologna che da anni ha politiche di welfare culturale e stanziamenti in bilancio. A Cuneo, il Museo civico ha promosso un tavolo prima infanzia, con operatori sociali, sanitari, educativi, culturali e gli Assessorati alla Cultura e alla Sanità hanno siglato una delibera di impegno congiunto. Oppure come sentiremo tra poco, Recanati, che ho il privilegio di seguire dagli esordi e muove dalle competenze del territorio. I tempi sono maturi. Le ferite post traumatiche sono profonde, visibili e invisibili, in ogni fascia d’età. Le diseguaglianze altrettanto. Da contraltare possiamo contare su una voglia di una socialità ricca e ampia, sulla spinta all’innovazione digitale che cambia le relazioni e offre nuove opportunità. Sul desiderio di ricominciare.  Non accontentiamoci di replicare il passato.